Non è proprio da tutti regalare un prato giallo di migliaia di giunchiglie. Ma la questione non è questa. Il fatto è che, come i fiori vanno lasciati liberi di crescere, così le persone vanno lasciate libere di scegliere. Son frasi fatte con cui siamo tutti d’accordo, ci mancherebbe. Finché non ce ne dimentichiamo. E allora il Cinema prova a ricordarcelo.

Edward Bloom, protagonista di Big Fish (Tim Burton, 2003), agisce come segue:

  • ascolta la futura signora Sandra Bloom, una delizia interpretata in giovinezza da Alison Lohman e nell’età adulta da Jessica Lange
  • le regala i suoi fiori preferiti per chiederle di sposarlo
  • non reagisce ai diversi svariati – come direbbe mia nonna – cazzotti dell’attuale promesso sposo, perché lei gli ha chiesto di non fargli del male

Come quando a scuola ci propinavano l’analisi del testo: chi pensi Sandra sceglierà come compagno di vita? Cerchia la risposta che ritieni corretta.

a) il promesso sposo che definisce Sandra una sua proprietà senza nemmeno guardarla in faccia

b) Edward che non ha nemmeno osato far recidere i fiori che lei ama: li ha fatti trapiantare sotto la sua finestra

Decine di fiori recisi – approssimativamente più di settanta qualità diverse, costretti nei vasi d’acqua, sulla glassa decorativa di una torta fatta di cioccolato e disperazione, sulle carte da parati e sugli abiti – riempiono invece il set di The Hours (Stephen Daldry, 2002), fino a farti soffocare. Quei fiori prima freschi e radicati nella terra, sono già morti, così come le protagoniste che lottano per spaccare il vaso. Anche il numero di riconoscimenti vinti da Nicole Kidman (Oscar per la miglior attrice protagonista, nel ruolo di Virginia Woolf), Meryl Streep (Clarissa), Julien Moore (Laura, anche suo marito le regala fiori gialli, ma sono già recisi e incartati oppure disegnati sulla carta da parati) ed Ed Harris (Richard, la vera meraviglia del film) è indicativo del valore simbolico del film.

Ancora di fiori e meraviglia tratta American Beauty (Sam Mendes, 1999). Ma tutti quei petali così rossi che inneggiano così chiaramente alla lussuria sono solo un trucco. Non simboleggiano la vera bellezza, quella è racchiusa in una busta di plastica stropicciata che volteggia nel vento, bensì l’illusione della bellezza, standardizzata in corpi giovani e desiderabili. Esattamente come avevano provato a spiegarci da bambini, in maniera inequivocabile, ne La Bella e la Bestia (Gary Trousdale e Kirk Wise, 1991), che cita la versione precedente di Jean Cocteau (La Belle et la Bête, 1946). Nella versione Disney, la vecchia mendicante avverte [il principe] “di non lasciarsi ingannare dalle apparenze, perché la vera bellezza si trova nel cuore”. Leggenda vuole che, quando vide il film del ‘46, Greta Garbo gridò: “ridatemi la bestia!” per sottolineare quanto fosse più convincente rispetto al principe. I fiori e la bellezza illusoria tornano in quasi tutte le scene di American Beauty, muovono personaggi incapaci di vedere la meraviglia nell’ordinario genuino. Tutti tranne due di loro. Nel film, solo fiori perfettamente disposti nei vasi, recisi con orgoglio e un bel paio di cesoie fin dalle prime scene.

Il ladro di orchidee (Spike Jonze, 2002) è la storia del rognoso adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Susan Orlean. Molti pensano che “un film tratto da un romanzo sia praticamente già scritto”, ma la sceneggiatura più pagata, ad oggi, risulta l’adattamento cinematografico di Angeli e Demoni di Dan Brown, per mano di David Koepp e Akiva Goldsman. Per Il ladro di orchidee, Charlie Kaufman vince il BAFTA per la miglior (tormentata) sceneggiatura non originale e il titolo è elencato tra i trenta film chiave del primo decennio del XXI secolo dall’autorevole rivista Sight & Sound (British Film Institute). Di nuovo tre storie (vere); di nuovo Meryl Streep, il che può far pensare a una sorta di congiura dei fiori contro di lei (o a suo favore). Ma qui l’unico personaggio capace di andare avanti – e di non guardarsi indietro – cerca le orchidee che crescono nelle paludi, vive, sensuali e ben piantate nella melma, quali forme estreme di adattamento naturale.

Quindi torna tutto. O forse nulla, dato che in Luci della città (Charlie Chaplin, 1931) i fiori simboleggiano l’amore puro e disinteressato. Ma erano altri tempi, affini a quelli in cui in Bambi (lista di registi infinita, 1942) una moffetta (puzzola) maschio poteva essere chiamata Fiore, con buona pace dell’omofobia e delle acque di colonia. Erano proprio altri tempi. Ora come ora, credo che non comprerò io i fiori.

fiori su ewan mcgregor virginia woolf e julienne moore