QUANDO IL CINEMA DELUSE IL FEMMINISMO

Oh no!, ci tocca dire. Ed è diventato quasi un mantra. Tutto perché Come ti divento bella (I Feel Pretty, 2018) sembrava il non plus ultra del femminismo, però anche ironico, aspetto che spesso al femminismo manca. E invece è stato il non plus ultra della delusione. E ha aperto un baratro nelle nostre menti cine-dipendenti, cine-sognanti, cine-tutto. 

Perché è chiaro dal Manifesto che noi ci crediamo. Ma “nemmeno l’amore garantisce che non ci si ferisca a vicenda”, dice Uma La Savia Thurman (Prime, 2005, dove Meryl Streep ci ha insegnato a pulirci correttamente le orecchie, con buona pace del cerume). Anzi, capita sempre che l’amore ci faccia un mazzo tanto. Figuriamoci l’amore per il Cinema dove tutto è portato agli estremi. Oh no.

Come ti divento bella (regia di Abby KohnMarc Silverstein). Parliamone. È molto più femminista Il diavolo veste Prada (Devil wears Prada, 2006, Streep onnipresente e magica). In tanti sono andati a vedere il lavoro di Kohn e Silverstein solo perché del cast fa parte Emily Ratatowski, figura controversa del femminismo e incantevole derrière che nel film – oh no! – non si vede. 

Non ci volevamo credere: quindi anche il Cinema cade e, sull’argomento femminismo, batte forte il suo grosso osso sacro. Lasciamo da parte, per un momento, il movimento MeeToo e le reiterate accuse di misoginia – a cominciare da quella mossa a Marlon BrandoBernardo Bertolucci da parte di Maria Schneider (Ultimo tango a Parigi, 1972). Come ti divento bella è un film facile, di quelli che arrivano a un pubblico vasto. Perciò non ci sono scuse che non ci sono comunque.

L’immagine della donna nel Cinema è ancora così trita che si confonde il senso dell’estetica con lo standard inflazionato di bellezza. Forse non sempre, certo sempre meno, ma dal Cinema ci aspettavamo di più. Ci aspettavamo che fosse territorio neutrale, comfort zone, vasca coi piedini dove sguazzare nella libertà di essere magri e sani, formosi e sani, bassi, ricurvi, slanciati e terribilmente affascinanti sotto qualsiasi spoglia. 

Invece, per molti anni il Cinema ha vincolato la figura della donna a quella dell’uomo e ciao: tutto un vergine-donna di casa-madonna-amante e, come dimenticarlo, prostituta. Dell’uomo e per l’uomo. Seduzione e sacrificio. E che palle. Infatti Julia Roberts in Pretty Woman (1990) lo dice chiaro e tondo a Edward (Richard Gere): “carino, io voglio la favola, altrimenti mi faccio una vita mia”. E senza tanti sensi di colpa per aver avuto in regalo abiti, soldi e un appartamento. Pensate a cos’ha fatto lei per lui. 

Sembra che il Cinema e altri media obblighino le magre ad essere magre – quante saranno quelle geneticamente tali? Quante, piuttosto, quelle che soffrono quotidianamente? – e le formose a non amare le proprie forme. Possibile? Eppure proprio dal Cinema vengono personaggi come Rossella O’Hara (Scarlett O’Hara nella versione originale di Via col ventoGone with the Wind, 1939) e attrici forti quali Anna Magnani, che si rifiutò di ricalcare i canoni di bellezza imposti al tempo. 

C’è un’indagine interessantissima di Simone Cosimi, in un articolo di Wired del 2014: sintetizzando al massimo, Cosimi dice che le donne al cinema hanno essenzialmente un ruolo: le giornaliste. La sua fonte è uno studio condotto dal Geena Davis Institute on Gender in Media, col sostegno dell’Onu, della Rockefeller Foundation e dell’Università della California del Sud. “Quando c’erano reporter fra i personaggi, nel 40,1% dei casi erano appunto donne. Poi? Poi non molto altro.”

Calma però. Esistono anche film come Thelma e LouiseErin BrochkovichMillion Dollar BabyBoy’s Don’t CryThe HoursVolver – Almodóvar = el mejor – fino al non plus ultra del femminismo, stavolta ci siamo, raggiunto in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (2017). Questi titoli e l’immagine della donna che si portano dietro sembrerebbero contraddire la tesi sul Cinema rimbecillito che guarda alla figura femminile come a un oggetto tra le mani dell’uomo. 

Perché il Cinema è, prima di tutto, arte, la settima, e l’arte non ha sesso, non ha stereotipi, ce la può e deve fare contro il proliferare del qualunquismo. Secondo, anche se ci si allontana pericolosamente da una visione romantica del Cinema, Hollywood in primis ha scoperto che le donne possono fargli guadagnare dei bei soldi. Come dice Catherine Paura al N.Y. Times, già negli anni ’80 si potevano sfruttare le potenzialità della donna nel Cinema, ma si è proceduto a rallentee

Scommettiamo che adesso, dopo una più fondata presa di coscienza sul potenziale economico della spettatrice femmina, vedremo più Katniss Everdeen (Jennifer LawrenceHunger Games, 2012) – magistrale, femminista e di buonsenso la reazione dell’attrice su Vogue riguardo al furto e alla diffusione online di foto che la ritraevano nuda destinate all’allora compagno, i.e semplicemente non andate a guardarle – e più Mildred Hayes (Frances McDormand in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri). Perché indovinate un po’: le donne si incazzano. E le donne hanno il potere d’acquisto. Oh sì.

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