Se sei un vero amico e non vuoi farmi dispiacere, appena mi si svuota riempimi il bicchiere. (cit.)

Domanda difficile: è la bottiglia che chiama una certa prolificità narrativa o, al contrario, è lo scrivere d’amore e ombra (Isabel docet) che causa arsura e fa allungare la mano a tentoni verso il mobiletto del bar? La matematica non è la mia cup of tea, ma anche un cervello a righe come il mio percepisce una relazione innegabile, più o meno frequente tra il mestiere di scrivere e i liquori. Sic. Tocca fare un viaggio a Bokothomlands, terra di geniali scrittori avvinazzati.

La propensione all’alcol dello scrittore etilista non viene da sola, anzi. Me la immagino tenersi dolcemente per mano con una sensibilità atroce verso il genere umano, che infine sfocia nella misantropia e in un bisogno di solitudine pubblica alleviato solo da compagni a quattro zampe. Caso vuole, con sangue di lupo.

Quel caso è Il lupo e il filosofo di Mark Rowlands. L’autore non ha mai fatto segreto del suo (ex) amore per la bottiglia, affermando anzi a suo tempo che “non si arriva a diventare il tipo d’uomo in grado di bere in quel modo senza molti, molti anni di costante e scrupoloso allenamento”. Ma non è proprio questo il punto. Il punto è Brenin, il suo lupo. Il lupo che ha dentro, si pensa subito, la metafora dell’alcol feroce che lo divora. Macché, acqua acqua acqua (stavolta). 

Brenin è stato l’essere vivente con cui Rowlands ha vissuto per anni e che ha seguito l’autore in giro per il mondo, perfino nelle aule universitarie – Rowlands è professore di filosofia. Solo grazie a lui, Rowlands può spiegarci cos’è l’uomo e cos’è il lupo. E sembra che il primo, l’autore, non l’essere umano in generale, abbia qualche difficoltà a vivere senza il secondo, il suo Brenin, tanto che le pagine che non vedono il lupo protagonista scorrono ben più stanche delle altre. Il lupo e il filosofo può essere letto da chiunque ami gli animali. Chi non li ama forse non lo capirebbe e sprecherebbe il suo tempo.

Dentro Il lupo e il filosofo non ci sono solo il lupo e il filosofo, in quest’ordine. C’è anche un hint, un suggerimento che conduce di nuovo al mobiletto del bar. Rowlands lo butta lì, come se non fosse la porticina per un posto incredibile: Sotto il bosco di latte di Dylan Thomas. Si dice che Bob Dylan, nato Robert Allen Zimmerman, abbia preso proprio dallo scrittore il proprio nome d’arte, salvo negarlo ripetutamente e poi ammetterlo, non si sa per quale astruso motivo, solo nella recente autobiografia Chronicles. Ilarità per l’apparente insensatezza.

Dylan Thomas era un dipendente cronico dall’alcol, ossessione che condivideva teneramente con la moglie. Proprio lei, nella biografia My Life with Dylan Thomas: Double Drink Story, ammette che il vero amore che li univa era quello per la bottiglia. Un concetto un po’ romanzato forse, ma la morte di Thomas a 39 anni ce la fa amare un po’ meno, la bottiglia. L’autore fece appena in tempo a portare a termine Sotto il bosco di latte e a registrarla: l’incredibile, crepitante epopea paesana venne infatti trasmessa dalla BBC (linkino qui), che gliel’aveva in qualche modo commissionata. Dylan Thomas morì poco dopo. 

Credo che Antologia di Spoon River di Edgar Lee Mastersdebba molto a Thomas, così come molto gli deve la sopravvivenza della fantasia umana. E anche la recitazione, che di fantasia si nutre a piene mani: Sanford Meisner usava spesso i testi di Spoon River per le sue incredibili, incredibili lezioni. Un circolo virtuoso che tocca passar oltre altrimenti tendo a sproloquiare.

Terzo genio avvinazzato, secondo una classifica del tutto casuale. Confessioni di un codardo è un compendio di bassezze variopinte e non necessariamente avvilenti. Serve come assaggio del “realismo sporco” di Bukowski, nato Heinrich Karl Bukowski e bevitore sistematico. Amo la copertina che gli ha cucito addosso TEA, nella ristampa su licenza della Ugo Guanda editore, parla di motel sudici ma con piscina. Proprio quando stavo per affermare di non averla amata, questa raccolta di racconti, una delle pagine mi assesta un gancio favoloso, narrando di una donna seduta al bancone di un bar.

“Mi arrivò il suo profumo e immaginai cascate e foreste e mobili soffici come nubi, immaginai di buttare gli avanzi di selvaggina a dei bellissimi cani, e di non puntare mai più la sveglia.”

E poi mi mette al tappeto col racconto brevissimo La mia pazzia e con un montante allo stomaco che descrive perfettamente cosa significhi scrivere, dare battaglia alle parole. Essere considerato un ubriacone dev’essere stato per Bukowski del tutto trascurabile. Sindaco subito di Bukothomlands.

C’è pure un compendio di tutto riguardo che tratta del binomio scrittura-alcol, il che mi rassicura perché la relazione che mi sfugge qui è stata analizzata con una certa competenza. Olivia Laing ha scritto Viaggio a Echo Spring – Storie di scrittori e alcolismo, nel quale sbircia – un eufemismo, le ricerche che hanno preceduto la scrittura devono essere state piuttosto impegnative – un po’ morbosamente nelle zone scure e oleose della vita di alcuni scrittori scelti dipendenti dai liquori. 

Se interrogati, risponderemmo tutti che l’alcolismo è una piaga, che rovina la vita della gente. Ma una scomoda, seconda verità è che ci ha dato il genio di scrittori e artisti di ogni genere, i quali hanno reso il mondo un posto migliore con la loro arte. Non sarà stata una passeggiata star loro vicini come mogli, mariti, amici e amanti. Ma non toglieremo loro i meriti artistici per quei bicchieri di troppo e saranno per sempre cittadini onorari di Bukothomlands.

P.s. per la serie cinema sempre unodinoi: Bukowski ha scritto Hollywood (Hollywood! Hollywood! è, misteriosamente, il titolo nella edizione italiana), romanzo a chiave che narra, sotto pseudonimi, la lavorazione della sceneggiatura semi-autobiografica del film Barfly, featuring Mickey RourkeFaye Dunaway e il mitico Frank Stallone, fratellino di Sylvester e cantautore. Quando sento parlare della famiglia Stallone, mi tranquillizzo pensando alla propensione che alcuni di noi (amore per i plurali inclusivi comodoni) hanno per troppi ambiti diversi. Mamma Stallone (feels like essere in uno di quei libri per bambini piccolissimi in cui questa è mamma cavallo, questo è babbo gatto etc etc) è stata – ma è viva e vegeta eh, ha 98 anni ruspanti – al contempo astrologa, prima ballerina e organizzatrice di incontri di wrestling femminile. Le (nostre) personalità multiple non possono che uscirne rasserenate.